Amazon, la società che fattura più di 136 miliardi di dollari e vende più vestiti, prodotti elettronici, giocattoli e libri di qualunque altra azienda che produce effettivamente prodotti ieri ha dovuto affrontare uno sciopero di dipendenti in Germania e in Italia proprio durante il giorno del Black Friday.

“Il più grande rivenditore online al mondo vuole raggiungere vendite record in questo giorno, ma i dipendenti devono produrre prestazioni da record non solo in questo giorno in modo che tutto funzioni come vuole Amazon”.

Ha dichiarato Stefanie Nutzenberger, membro del comitato dei sindacati tedeschi Verdi.

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L’anno scorso per ogni 2$ spesi online dagli americani, Amazon ne acchiappava 1$.

Il 27 luglio Jeff Bezos, fondatore di Amazon, è diventato l’uomo più ricco al mondo secondo il Bloomberg Billionaires Index scavalcando Bill Gates con un patrimonio di 90,9 miliardi di dollari, solo per un giorno però in quanto il giorno dopo il primo posto è stato ripreso dal fondatore di Microsoft grazie all’inversione dei titoli di Amazon in borsa.

I suoi dipendenti degli stabilimenti in giro per il mondo però non se la passano tanto bene.

We are more than robots and data

Cita lo slogan di un’organizzazione nata in Germania chiamata  “Make Amazon pay !” per invitare i dipendenti di Amazon ad unirsi alla protesta verso le condizioni del lavoro nei magazzini logistici a cui sono costretti proprio nella giornata del 24 novembre.

Per quasi quattro anni, i dipendenti di Amazon hanno lottato per il riconoscimento delle loro richieste in materia di lavoro. Non si tratta solo di un paio di euro in più, che è quello che oggi ha concesso l’azienda, ma condizioni di lavoro più umane, meno nauseanti, e senza degradanti controlli e più rispetto verso le persone.

Non è la prima volta che Amazon viene accusata pubblicamente su questo tema, anche se l’azienda ha sempre risposto dicendo che i suoi dipendenti sono i più pagati del settore logistico.

Il Guardian per esempio a fine novembre del 2014 riportava le parole di Nichole Gracely, ex dipendente del colosso di Bezos, che dopo aver lasciato il lavoro raccontava di preferire la sua condizione di homeless piuttosto che lavorare per Amazon,

“Non ho una casa dove abitare e tuttavia le mie giornate peggiori sono meglio delle migliori giornate passate a lavorare per Amazon”.

Apre così il suo racconto poi diventato un libro prima venduto sul marciapiede dove mendicava e poi finito in vendita proprio su Amazon 🙂 dove diceva di essere stata costretta a lavorare in isolamento e sotto costante monitoraggio,

“Ci trattavano come mendicanti perché avevamo bisogno di lavorare”

Poi nel 2015 è arrivato il NY Times a parlare di ritmi di lavoro serrati ed esasperazione che si respirava all’interno.

Il quotidiano ha raccontato all’epoca che molti dipendenti hanno visto colleghi piangere, ambulanze arrivare per portare via gente che non reggevano i ritmi di lavoro e che chi non riusciva a tenere testa alle 80 ore di lavoro settimanali veniva licenziato.

Un’economia che diventa sempre più verticale con al vertice colossi dell’online che dominano incontrastati il Mondo e che allargano sempre di più il loro bacino di servizi offerti, e detengono i dati del Pianeta.

Google, Amazon, Facebook e Alibaba, più bravi? Sicuramente, ma anche un po’ avidi, e un po’ prepotenti, speriamo non malvagi perchè se volessero potrebbero sostituire gli umani con i robot già da ora. La tecnologia esiste già ma spaventa, se gli umani non lavorassero più cosa potrebbero fare?

E chi poi comprerebbe i prodotti che questi colossi vendono?

In Italia nel 2016 Amazon ha pagato 2,5 milioni di euro di tasse ( numeri da piccole aziende italiane) a loro avviso correttamente, ad avviso della GdF no.

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