Sarà che sto diventando vecchio o che sono appena diventato papà, ma quando penso al futuro e alla tecnologia, oltre ad esserne attratto, a volte mi spavento.

Penso a Zuckenberg che indossa un visore e viene applaudito in sala come un mega guru, ma alla fine in testa non ha l’aureola ma un prodotto che a caro prezzo potrebbe inghiottirsi la civiltà. Non bastassero gli iPhone.

Ma questo è un’altra discorso.

Non voglio stressarvi con discorsi cyberpunk, quello che voglio dire è che ad oggi si lascia troppo spazio di azione agli attori della rivoluzione 4.0 e dall’altra non si informa abbastanza la gente su quello a cui può andare incontro nell’utilizzo della tecnologia.

Per questo voglio chiudere il 2018, con una preghiera verso di noi, esseri umani e fautori del nostro destino, sperando che un giorno si prendano provvedimenti anche solo per far sì che le persone siano più coscienti mentre navigano su internet.

Questo intento nasce da un articolo che stavo leggendo ieri dell’Economist, e che riporto integralmente sotto,“How to think data in 2019”.

Sette delle dieci società più preziose al mondo per capitalizzazione di mercato sono aziende tecnologiche.

Google e Facebook vogliono sapere il più possibile sugli interessi, le attività, gli amici e i rapporti famigliari dei loro utenti, per un giorno vendergli principalmente pubblicità ma non solo.

Amazon ha una storia dettagliata del comportamento di acquisto dei suoi consumatori.

Tencent e Alibaba fungono anche da portafogli digitali per centinaia di milioni di cinesi.

Le aziende tecnologiche hanno tracciato il percorso, i brand commerciali hanno seguito.

In ogni settore le aziende oggi raccolgono dati sui propri clienti per migliorare la progettazione e pubblicizzare prodotti e servizi.

I governi oggi stanno seguendo la stessa pista.

Narendra Modi, il primo ministro indiano, cita Facebook come fonte d’ispirazione. Ciò è evidente nella portata sempre crescente di Aadhaar, un sistema di identificazione per i residenti in India che è richiesto per quasi tutti i servizi governativi immaginabili.

Il fatto che i dati siano preziosi è sempre più compresibile anche agli individui, non ultimo perché le informazioni personali vengono spesso violate, trapelate o rubate.

Eventi quali Cambridge Analytica e altri hanno causato uno spostamento tettonico nella comprensione pubblica della raccolta dei dati. Le persone hanno iniziato a stare un pochino più attenti su come distribuiscono i loro dati.

Eppure pochi hanno cambiato il loro comportamento online, boicottato le aziende di tecnologia ficcanaso o esercitato i pochi diritti digitali che possiedono.

In parte questo perché gestire i propri dati richiede molto tempo ed è complesso, anche per chi capisce come farlo.

Ma è anche a causa di un fraintendimento di ciò che è in gioco. “Dati” è un concetto astratto, tecnico e intangibile. Molto più solida è l’idea di identità. Solo quando i “dati” sono intesi come “persone”, gli individui esigono responsabilità da coloro che cercano di possederli.

Nell’era dell’informazione, i dati vengono utilizzati per decidere quale tipo di accesso le persone hanno per i servizi. I rating Uber determinano chi ottiene un taxi; Le revisioni di Airbnb decidonoin  che tipo di proprietà puoi soggiornare; gli algoritmi di app per appuntamenti scelgono i tuoi potenziali partner di vita.

Le aziende utilizzano i dati sulla posizione e la cronologia dei pagamenti per vendere i propri prodotti.

Quando sono usati dagli stati, tali tecniche rappresentano una minaccia ancora maggiore.

Gli algoritmi che sono in grado di riconoscere i modelli nei dati possono individuare i dissidenti o anche quelli con opinioni non convenzionali.

Nel 2012 Facebook ha sperimentato l’utilizzo dei dati per manipolare le emozioni. Nel 2016 la Russia ha usato i dati per influenzare le elezioni presidenziali americane.

Quanto si può spingere pericolosamente avanti questo meccanismo è ancora tutto da scoprire, in gioco ci sono sicuramente non solo la privacy ma molto di più, la libertà di pensiero prima di tutto.

Sta solo a noi oltre ad essere attenti, chiedere maggiori tutele a difesa dei nostri diritti, regole chiare sull’utilizzo di determinate pratiche da parte di aziende e governi. Sta a noi non lasciare che lobbysti a Bruxelles e a Washington diano troppa libertà di azione a chi oggi ha tutte le risorse per vedersi approvare qualunque tipo di legge a vantaggio della tecnologia e a discapito dell’essere umano.

Il primo passo per garantire l’equità della nuova era dell’informazione è capire che non sono solo dati preziosi. Sei tu.

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